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Memoria Storica

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ESCE IL N. 40 DI STEVE, IV SERIE

 

 

Carlo Alberto Sitta

Come una vita

(Trent’anni di Laboratorio di Poesia)

Per realizzare il logo del Laboratorio e tirare il manifesto della prima serata (il 7 novembre 1979) devo andare a Reggio Emilia ad acquistare letraset speciali. Il retino di zinco è di cm 60 per 40, e in quelle dimensioni viene stampato.

 

Abitare la poesia vuol dire trovare casa, e l’interno del Laboratorio inizia a proiettare le sue ombre cinesi fin dalle prime serate. Si delinea la poetica di una spettacolarità antitetica rispetto agli eventi fasulli che trovano spazio nell’informazione.

 

Negli esterni il Laboratorio incorpora da subito la via Fosse, vedi la manifestazione “Abitare la poesia” del 1980. Qui compaiono in primo piano Cesare Milanese e Mario Moroni. Ma i poeti e i protagonisti umani non sono la sostanza di un organismo vivente in grado di ospitare, in trent’anni, quasi tutti i migliori. In realtà l’organismo assimila nella propria linfa i vari interpreti, ognuno nel suo spaccato.

 

È più semplice citare i pochi che non sono passati dal Laboratorio che i tanti che l’hanno attraversato. Un’eccezione va fatta per Jean Tardieu, in onore del quale vengono attrezzate le assi del Teatro San Geminiano (ottobre 1984). Quel  montaggio rappresenta l’apice della nostra attività di messinscena della poesia. Nei primi anni il Laboratorio si dilata, emigra negli spazi allora disponibili, non pochi a vero dire: piazze, auditorium, gallerie d’arte, sale polivalenti, aule scolastiche, sedi di associazioni culturali, raduni occasionali. I repertori che proponiamo esplorano l’Assurdo e il Futurismo, i poeti nuovi come le ultime propaggini della performance.

 

Per la prima Biennale Letteratura – Ambiente (1986) andiamo a gemellarci con gli alberi del Giardino di Mario Molinari, sognatore e dissipato impareggiabile. Così gli esterni del Laboratorio toccano la natura, e non sarà l’unica occasione. In virtù di simili continue escursioni in spazi urbani e non, la rivista Steve, nel frattempo ideata e prodotta, assume le caratteristiche di “rendiconto del vivere poesia”, più che di mera testualità. L’antologia di Steve costituisce un capitolo a parte nella storia del Laboratorio. Qui stiamo selezionando solo alcuni frammenti di vita.
Le foto sono migliaia, insieme a diapositive, filmati, registrazioni. Conserviamo numerosi lavori di grafica, disegni, stampati, acquarelli, tavole, illustrazioni dei volumi,
cartoline e autografi. Ma limitiamoci alle foto: diceva Robert Doisneau che di un fotografo si salvano solo quegli scatti che meritano di essere conservati a futura memoria, poche migliaia di infinitesimali frazioni di tempo d’esposizione che, sommate, fanno non più di quattro o cinque secondi “scippati all’eternità”. Da cui possiamo parafrasare che i trent’anni del Laboratorio rappresentano, come scippo d’immagini, un tre o quattro secondi sfuggiti alla contingenza.

 

Ma perché poi era nato il Laboratorio? Da un impulso di verità, che di solito in poesia agisce come il veleno per i topi. Finito il Novecento in largo anticipo sulla scadenza del secolo, la sua lezione si perdeva nell’ipertrofia di mercato, producendo la morfina del professionismo. Ricominciare non equivaleva a rifondare. Meglio praticare una vela aperta in un mare chiuso, ma spendendosi per fini incalcolabili. Qualunque esito ne potesse derivare. Intanto la verità poetica non si arenava sul suo grado zero, ma navigava al largo, lontana dagli scogli di un potere che di lei non sapeva che farsene. Le retoriche in atto rendevano esilissima la differenza fra le diverse scritture in lingua italiana. Il mondo, la storia, i contenuti erano ridotti a materiale psichico. Ora l’eresia consiste nel fare le cose senza chiedere il permesso, senza coperture politiche o letterarie. Una irriverenza imperdonabile.
 

 

 

Passano dieci anni, quasi inconsapevoli. Tentiamo un primo bilancio all’inizio del 1990: un convegno e una mostra dal titolo “L’abito della chimera”, con un grosso volume di atti che risulta già imbarazzante per la mole di documenti cui dare spicco. La foto di Giuseppe Montorro riprende le sale del Paradisino, la Galleria dove fu allestita l’esposizione. L’immagine suggerisce l’ingresso di un tunnel, mentre l’uscita assomiglia a una strettoia che introduce a scatole cinesi di cui si ignora il contenuto.
Nel Catalogo il primo decennio viene visto in un’aura quasi intangibile. “L’abito della nostra Chimera […] passa per illuminazioni e per scorci…  Visto dall’interno appare come una figura che indossa pazientemente diverse maschere in un camerino appartato… Visto dal di fuori può suggerire un’oggettività di percorso e di immagine che fino a prova contraria regge il gioco della dimostrabilità… Il vero segreto del Laboratorio non sarà mai svelato, non per altro della Chimera facciamo vedere solo il visibile, veste e consuetudini… Per continuare una nostra vecchia proposta nata dieci anni fa non è necessario fare di più, per adesso…”

 

Lo spazio del Laboratorio si amplia ogni volta che occupa una nuova scena. Sulle tavole inclinate del Teatro Storchi di Modena, tempio della prosa, gli allievi dei nostri corsi rappresentano “Beat Hotel”, repertorio costruito con Silva Secchi (1995). Altri successivi sprechi di talento con “Beat Song” e “C’era una volta il blues”.

 

 

Ogni notte ai “Cortili”, per anni, nell’estate torrida della città, facciamo animazione nella Palestra del Banano, atelier di arti visive, musica e poesia. Tutto dal vivo, anche gli ospiti, il pubblico, la politica. Nel volume “Novantacinque” annoto la contrattazione permanente tra il poeta e la gente. Rinasce la Bottega rinascimentale. Sotto il puro colore delle copertine i libri scoprono una parte del loro segreto. Nella notte appena iniziata tacciono gli esperimenti, il movimento della vita comincia molto più tardi.

 

L’installazione di Laura Tarugi (Fiumi sotto, 27 ottobre 2001) rappresenta il teatro vuoto nel momento in cui le città vengono consegnate ai festival. Alla piazza in attesa del funambolo risponde la politica con i sottoprodotti dell’intrattenimento. L’osserva-tore assente apre così la via del Laboratorio alla parola non esportabile. Nel ventre di una città fragile, incerta, ignorante del passato, sicura solo di ciò che si può ottenere in pegno di nulla, il Laboratorio espone per proprio conto una simbolica pagina bianca.

                                                

Mentre il Filosofo, in un contorno di eventi solidali, concede alla piazza la sua lettura del mondo, interpretando il ruolo di tecnico dell’età della tecnica, al Laboratorio arriva Maurizio Cucchi con le sue docili presenze accidentali. Non è un caso che William Xerra legga le campate aeree dell’ingresso del Laboratorio come una sofisticata menzogna. Attorno, nei pochi metri quadri,/ operazioni al sole recita la poesia di Cucchi. È il 18 settembre 2004, scompaiono i personaggi e gli elementi narrativi, mentre la scrittura campisce buona parte della superficie. La luce del neon stacca nettamente nel giorno che si sta chiudendo. Notato il cielo di due diverse specie cromatiche. Ora la scritta galleggia in un mare di pietra intonacata, sta su da sola, è il disegno delle lettere percorse dalla luce a sostenersi nella sera.

 

 

Un passo indietro. C’è stata la fine del millennio, gli editori propongono le antologie del secolo appena chiuso. Il Laboratorio cammina a ritroso nei luoghi della memoria, ripassa l’idea stessa di luogo, risuscita l’elemento letterario delle località emiliane più citate. Un convegno, un volume, uno spettacolo sull’“orizzonte di bruma”. Nell’oriz-zonte stipato dove abitiamo da 25 anni una prova aperta, attori e pubblico insieme.

 

 

Massimo Scrignoli, Victoria Surliuga, Mario Moroni, Marco Fregni, Paolo Valesio, Mladen Machiedo dopo il Convegno su “Il governo della poesia”, organizzato per ricordare che abbiamo passato un quarto di secolo insieme alla poesia. Non è il salotto, ma il Ridotto di un teatro più complesso, ai limiti dell’impensabile.

  

Che giorno è questo. Daniele Carnevali e Pierangela Baldo (Barbara), si sono sposati secondo il rito prescritto, il 5 settembre 2004, nella Sede del Laboratorio di Poesia, alla presenza di amici parenti poeti. Uno straordinario alito solfeggia con la sposa nel canone testè celebrato. In sottotesto le voci degli amici alzano un turbine.

 

 

Come entri Ugo Guanda in Via Fosse è una storia complessa. Pare sia di casa, insieme a Delfini, Zanfrognini, Carlo Mattioli, Emilio Mattioli. Insieme a Lorca, Cavani, Cavicchioli, Bertoli, Ferrari e ai protagonisti di una stagione di un Novecento modenese al quale viene dedicato un Convegno. Si alza il riflusso di un certo passato e si sposa con la storia stessa del Laboratorio: che eredita e continua una certa memoria, e con questa uno specifico modo di intendere la propria capacità d’invenzione.

 

Passato un certo fiume, oltrepassati i prodigi più incerti – maschere e contorni appannati, nebbie, incensi, volteggi a cielo aperto, consolle, divani, stradivari in appoggio a un giro di dondolo in sol minore; e tutte quelle luci, tutte quelle bruciature nel vento, quel muoversi di uomini e donne, quel vociare di generazioni, quelle chiamate interurbane, quel filo diretto con la passione, quei filari infiniti di libri, quei diluvi, quelle giostrine all’aperto per sognare i marmi di un palazzo, quel verde che dirompe sotto la soglia dalla lampada sempre accesa –  entriamo nella parafarsi di una nostra condizione poetica dilapidata in un ennesimo circo, fuochi fatui stampati sui nostri visi concreti. Oggi siamo tra Canossa e Mulino di Bazzano, luoghi anch’essi delle memoria, l’autunno è disegnato sulle colline e su di noi – Silva Secchi, Pierangela Baldo, Fabio De Santis, Marco Fregni accanto a me. Noi siamo i Buoni Esploratori di ciò che ci attornia, non c’è dubbio. L’autunno è la stagione migliore anche per chi non ha ancora vissuto, per chi è nato dopo. 
Stavo dicendo, poco fa, che liberate incautamente dal loro involucro visivo le memorie possono straripare fino a invertire la rotta dell’esistenza, a renderla incomprensibile. Così va deprecata, per molti versi, la cura dell’immagine, non la sua natura interattiva. Il racconto di una esistenza pone di fronte a sé un punto fisso di partenza continuamente ripensato come una questione essenziale. Questa incessante rivisitazione del momento iniziale continua nel tempo per nutrire la speranza di allontanare ciò che deve accadere. Alla pari dei singoli che raccontandosi esprimono significati che stanno oltre il limite individuale, anche un semplice Laboratorio di Poesia possiede una sua biografia e una sua identità perfettamente riconoscibile dalla dinamica che lo ha animato. Il suo lato intatto è l’esercizio di un luogo d’attesa – ma mentre scrive, mentre le ombre...

 

(da STEVE 37, 2009) 

 

  

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Aggiornato il: 09-08-11.